Alopecia areata, androgenetica e da chemioterapia: le novità terapeutiche

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Alopecia areata, androgenetica e da chemioterapia: le novità terapeutiche

Alopecia areata e alopecia androgenetica, caduta dei capelli, calvizie, affezioni del cuoio cappelluto. Sono alcune delle tematiche al centro del 97° Congresso SIDeMaST (Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse), appena concluso a Napoli (13-16 Giugno) nella cui gestione il dermatologo, esperto anche nella diagnosi e trattamento delle patologie degli annessi, ovvero di unghie e capelli, ha un ruolo chiave. Tra le novità terapeutiche emergenti, “soluzioni” di medicina rigenerativa.

Quello delle patologie degli annessi cutanei è un settore da sempre parte della medicina, oggi meritevole di ancora maggior attenzione in funzione delle tantissime novità terapeutiche.

Di spicco sono, ad esempio, i farmaci biologici per l’alopecia areata, tra le più diffuse malattie autoimmuni e dall’alto impatto pscio-emotivo: colpisce in prevalenza in giovane età, di norma entro i 30 anni, causando nelle forme più gravi la completa perdita dei capelli.

O ancora terapie innovative di medicina rigenerativa per il follicolo pilifero che trovano indicazione sia per l’alopecia, patologia anch’essa impattante, specie per i 4 milioni di donne italiane che ne sono portatrici, sia per la caduta di capelli stagionale o indotta da alcuni fattori scatenanti, come parto, diete, interventi chirurgici e non ultimo le infezioni, Covid compreso.

Le terapie

Oggi l’approccio diagnostico alle patologie del cuoio capelluto si avvale di tecniche non invasive, quali la videodermatoscopia e la microscopia confocale, che consentono di definire la problematica in modo dettagliato e di impostare una scelta terapeutica ad hoc.

Un approccio di attenzione va intrapreso in particolari contesti clinici, quali le terapie contro l’alopecia in pazienti oncologici, già soggetti a tossicità dermatologiche legate alla patologia tumorale.

In parallelo, destano interesse le opportunità offerte da terapie di medicina rigenerativa, che rappresentano l’ultima frontiera della dermatologia, indicate ad esempio nella gestione della calvizie e del telogen effluvium di varia natura e possibile anche nel post-Covid: tali tecniche hanno infatti la capacità di stimolare, a seconda del procedimento, il follicolo favorendo un aumento della densità e del numero dei capelli, a fronte di una significativa riduzione della caduta.

L’alopecia areata

I numeri dell’alopecia areata sono importanti: ne soffrono circa 147 milioni di persone nel mondo, pari al 2% della popolazione, con manifestazioni differenti e diversi livelli di gravità, variabili da una a più chiazze completamente prive di capelli fino alla caduta totale di capelli e peli del corpo.

«L’alopecia areata è una malattia autoimmune che interessa potenzialmente tutti i follicoli piliferi presenti sul tegumento cutaneo, evolvendo in alopecia totale ed universale, con grave disagio psicologico. Pertanto in tale patologia si associano sia alterazioni immunitarie sia, nel 75% dei pazienti, gravi disturbi psicologici», spiega Bianca Maria Piraccini, professoressa ordinaria e direttrice dell’Unità complessa di dermatologia dell’Alma Mater Studiorum di Bologna.

Le implicazioni della malattia sono riferibili a diversi meccanismi di azione e fattori: «Si è compreso che i circuiti alla base dell’alopecia areata coinvolgono le vie di trasduzione JAK/STAT, in particolare JAK 1 e JAK 2, circuiti che rappresentano dunque il target di specifiche terapie come il Baricitinib, un inibitore orale di Janus Chinasi (JAK), approvato dall’Ema per l’alopecia areata nel luglio del 2022, che mette il clinico in vantaggio rispetto alla malattia, oggi trattabile con un farmaco mirato, cui si associano prime evidenze positive, sia in termine di tollerabilità sia di risposta clinica», aggiunge il professor Alfredo Rossi, dell’U.O.C. di Dermatologia Centro per lo studio sulla fisiopatologia degli annessi cutanei dell’Università La Sapienza di Roma e membro SIDeMaST.

L’alopecia androgenetica

L’alopecia androgenetica oggi registra una larga diffusione anche tra il sesso femminile: interessa, infatti, 4 milioni di donne, circa il 13% della popolazione, che sviluppano la problematica per lo più a seguito della ipersensibilità dei follicoli piliferi agli ormoni androgeni o a disturbi dell’equilibrio ormonale, in particolare per la variazione del livello di estrogeni e androgeni.

Ragione per cui l’alopecia androgenetica è più frequente nelle donne in menopausa, periodo della vita in cui si abbassa il livello degli estrogeni, ma non sono esclusi esordi anche in altre fasce di età.

Un evento che mette in crisi la donna. «L’alopecia androgenetica può spaventare, soprattutto una donna con ripercussioni psicologiche anche molto importanti. Nella donna può essere curata e contrastata con una terapia ad hoc o con diverse tecniche innovative in accompagnamento alle terapie sistemiche che stimolano l’attivazione del follicolo pilo-sebaceo e la ricrescita dei capelli», conclude la dottoressa Mariateresa Cantelli, ricercatrice dell’Università Federico II di Napoli e membro SIDeMaST.