Quando si parla di dermocosmetici, il rischio è una semplificazione eccessiva: una diagnosi, un prodotto. Nella realtà ambulatoriale, però, la stessa patologia esprime bisogni diversi nel tempo, mentre condizioni differenti condividono vulnerabilità comuni. Analizzare le pelli patologiche attraverso i loro bisogni funzionali permette di comprendere come il dermocosmetico possa essere utilizzato nella pratica clinica in modo consapevole, mirato e riproducibile.

Dermatite atopica: la barriera che non regge

Nella dermatite atopica la cute rimane strutturalmente fragile anche nelle fasi di apparente remissione. Il bisogno clinico non è semplicemente idratare, ma sostenere una funzione barriera competente, contribuendo alla riduzione del prurito e limitando la penetrazione di allergeni e irritanti.

Un aspetto centrale è la gestione dell’equilibrio del microbioma cutaneo. La disbiosi, in particolare l’eccessiva colonizzazione da Staphylococcus aureus, è associata al mantenimento di uno stato infiammatorio cronico. Alcune formulazioni dermocosmetiche sono state studiate per modulare l’interazione tra ospite e microrganismo, contribuendo a limitare l’impatto dei fattori di virulenza, senza ricorrere a strategie battericide che potrebbero alterare ulteriormente l’ecosistema cutaneo.

In questo contesto, il dermocosmetico può rappresentare una strategia di mantenimento, contribuendo alla stabilizzazione del quadro clinico e alla riduzione della frequenza delle riacutizzazioni in associazione alla terapia farmacologica.

Xerosi cronica: il denominatore comune

La xerosi non rappresenta una patologia autonoma, ma una condizione trasversale che accomuna quadri differenti: dalla dermatite atopica all’acne in trattamento, dalle tossicità iatrogene alla cute senile. In questi contesti, la secchezza costituisce l’espressione clinica di una disfunzione di barriera caratterizzata da alterazione della matrice lipidica e incremento della perdita d’acqua transepidermica (TEWL). Il bisogno clinico è ristabilire una barriera funzionalmente competente, capace di trattenere l’acqua e migliorare la resilienza cutanea.

Il trattamento della xerosi non è neutro: intervenire sulla barriera modifica il microambiente cutaneo e può influenzare l’andamento clinico delle dermatosi sottostanti, contribuendo alla loro stabilizzazione.

Acne: pelle infiammata che non tollera l’aggressione

L’acne rappresenta un ecosistema cutaneo in disequilibrio, spesso ulteriormente irritato dai trattamenti farmacologici. Il bisogno clinico non è sgrassare, ma preservare l’integrità della barriera e contenere l’infiammazione subclinica.

Il dermocosmetico può intervenire precocemente modulando la cheratinizzazione follicolare, contribuendo a limitare la formazione del microcomedone.

Parallelamente, recenti evidenze suggeriscono un ruolo dei segnali extracellulari di C. acnes nell’amplificazione dell’infiammazione follicolare, aprendo nuove prospettive di ricerca anche in ambito dermocosmetico.

Questo approccio, orientato agli aspetti strutturali e biologici della patologia, sostiene la tollerabilità delle terapie attive e può rappresentare un intervento autonomo nelle forme lievi o nelle fasi di transizione.

Rosacea: alzare la soglia di tolleranza

Nella rosacea la cute presenta una disfunzione neurovascolare caratterizzata da iperreattività del microcircolo e da una ridotta soglia di attivazione agli stimoli termici, chimici o meccanici. Il bisogno clinico primario non è semplicemente lenire, ma modulare la reattività vascolare e sensoriale, contribuendo a stabilizzare il microambiente cutaneo.

Alcuni attivi di nuova generazione mostrano la capacità di interferire con i segnali coinvolti nell’infiammazione neurogenica e nei processi di neoangiogenesi, favorendo un controllo più stabile dell’eritema e della sensazione di bruciore.

In questo contesto, il dermocosmetico assume una funzione di supporto strutturale: non sostituisce la terapia farmacologica nelle fasi attive, ma contribuisce a ridurre la frequenza delle riacutizzazioni e a mantenere una maggiore tollerabilità cutanea nel lungo periodo.

Tossicità cutanee oncologiche

Nelle terapie oncologiche, il dermocosmetico rappresenta un elemento di supportive care rilevante. Xerosi severa, fissurazioni e alterazioni della barriera non costituiscono soltanto effetti collaterali, ma fattori in grado di compromettere la qualità di vita e l’aderenza al trattamento oncologico. Preservare l’integrità cutanea significa contribuire alla sostenibilità della terapia sistemica nel medio-lungo periodo.

Nel contesto post-procedurale, il bisogno clinico è sostenere i processi fisiologici di riparazione tissutale e limitare le complicanze secondarie. L’impiego di complessi post-biotici riparatori, inclusi derivati da microrganismi termali, è stato associato a un miglioramento della funzione barriera e a una più rapida normalizzazione clinica, con possibile riduzione dei tempi di recupero e del rischio di iperpigmentazione post-infiammatoria (PIH).

Fotoprotezione: lo scudo biologico quotidiano

Nelle pelli fragilizzate, la fotoprotezione rappresenta un intervento clinico integrante del percorso terapeutico. Le radiazioni UV e la luce visibile ad alta energia (HEV) amplificano lo stress ossidativo, attivano vie infiammatorie e contribuiscono alla destabilizzazione della barriera cutanea, anche in assenza di un’esposizione solare intensa.

Il bisogno clinico non è esclusivamente prevenire il danno attinico, ma limitare i fattori ambientali che perpetuano l’infiammazione e compromettono la stabilità del quadro dermatologico. Le formulazioni ad ampio spettro, associate a sistemi antiossidanti, contribuiscono a ridurre il carico infiammatorio cumulativo e a mantenere un microambiente cutaneo più stabile durante e dopo la terapia farmacologica.

In questo contesto, la fotoprotezione non assume una funzione stagionale, ma diventa parte integrante della strategia di mantenimento e prevenzione delle riacutizzazioni.

Conclusioni

Osservare le patologie cutanee attraverso i bisogni biologici della pelle consente di superare una visione rigida della terapia, fondata esclusivamente sulla diagnosi, e di adottare un approccio più aderente alla complessità della pratica clinica.

Il dermocosmetico non si lega alla diagnosi in sé, ma alla fragilità funzionale che essa esprime. Integrarlo nel percorso di cura significa affinare il ragionamento clinico, ottimizzando il terreno biologico su cui il farmaco esercita la propria azione e favorendo il recupero dell’omeostasi cutanea.

Un approccio orientato ai bisogni funzionali completa il concetto di dermocosmetico come atto clinico integrato, traducendolo in una pratica quotidiana coerente, riproducibile e consapevole.

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Cristina Georgescu
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