Rimozione del tattoo, questione di picosecondi

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La prevalenza di persone che in Italia portano un tatuaggio è del 12,8% dell’intera popolazione, lievemente superiore nelle donne (13,8%) rispetto agli uomini (11,8%), una frazione che raddoppia nella fascia di età 35-44 anni. È la fotografia del fenomeno registrata nel 2018 da una indagine dell’Istituto Superiore di Sanità (1), che stima 6,9 milioni di individui tatuati, un dato in linea con le statistiche UE. Il 36,7% dei tatuaggi rilevati nella survey di ISS era stato realizzato nei cinque anni precedenti, a indicare una propensione, quella di farsi tatuare, che sembra aumentare in popolarità, a fronte di una consapevolezza dei rischi per la salute manifestata da meno del 60% del campione indagato.
Oltre a complicanze e reazioni nel 3,3% dei soggetti che vi si sottopongono, in seguito a cui solo il 21,3% consulta un dermatologo, la crescente disposizione a recarsi dal tatuatore fa aumentare anche il popolo di coloro che se ne pentono e vorrebbero sbarazzarsi di disegni e decori: mediamente in Europa sono tra il 5 e il 20% dei tatuati, secondo dati pubblicati da Epicentro.iss.it (2); il 14-17% negli Stati Uniti. Nel nostro paese, il 17,2% vorrebbe rimuovere il tatuaggio e il 4,3% si attiva in tal senso per varie ragioni, nella maggior parte dei casi perché non piace più o perde di significato, ma anche perché il colore sbiadisce, mentre per un 11% circa dei casi avere la pelle tatuata risulta incompatibile con il lavoro.

Cancellare il tatuaggio

La rimozione è possibile solo attraverso un atto medico, che fino a non molti anni fa risultava di incerta efficacia. Solo in tempi relativamente recenti questa pratica è stata rivoluzionata e resa possibile grazie alle tecnologie laser. “Nei decenni passati è stato provato davvero di tutto per cancellare i tatuaggi, dalla salabrasione alla dermoabrasione con frese rotanti, oggi considerati metodi obsoleti per i rischi di esiti cicatriziali, fino alla asportazione chirurgica, indicata solo per piccole estensioni” – afferma Riccardo Testa, primario dell’Unità Operativa di Chirurgia Plastica dell’Istituto Clinico Città Studi di Milano, Co-Fondatore di Laser Clinic Milano, che esercita anche come libero professionista a Milano e Pavia. “Ma si è anche ricorso a metodi del tutto inappropriati, come l’iniezione di acidi e altre sostanze sotto cute al fine di sciogliere i pigmenti, oggi tutti dichiarati illegali, perché troppo elevato il rischio di esiti in cheloidi o cicatrici ipertrofiche ad essi collegato”.
Oggi, il trattamento di elezione è rappresentato dai laser a picosecondi. I picolaser sono apparecchiature di ultima generazione rispetto al laser Q-Switched a nanosecondi, prosegue Testa, “tecnologia per cui si sono avvicendate due generazioni di apparecchiature, alcune migliori di altre, ma tutte in grado di garantire l’eliminazione almeno in buona parte dei tatuaggi. Altre tecnologie ad energia luminosa come laser CO2, luce pulsata e altre sorgenti a impulsi più lunghi sono state provate in passato ma non sono assolutamente indicate per i risultati tutt’altro che positivi, in quanto con elevata probabilità di esiti cicatriziali esteticamente inaccettabili. Si può quindi parlare di rimozione dei tatuaggi solo dal Q-Switched in poi”.

Rapidità d’impulso

Il principio su cui si basa l’efficacia del laser nella rimozione dei tatuaggi è colpire selettivamente la molecola del pigmento e frammentarla, con ridotta cessione di calore ai tessuti circostanti. Questo concetto accomuna il meccanismo di azione del laser Q-Switched e del picolaser. I vantaggi di quest’ultimo rispetto alla tecnologia precedente sono legati alla velocità e durata dell’impulso. “La velocità dell’impulso del picolaser è mille volte più rapida rispetto al Q-Switched, che lavora in nanosecondi –spiega Testa. -Questo assicura una elevata efficacia nella distruzione del pigmento in frammenti che possono essere poi riassorbiti dal corpo, trasmettendo inoltre meno calore ai tessuti circostanti. Questo si traduce in una maggiore efficacia e rapidità del trattamento, meno sedute e forte riduzione degli effetti collaterali: il rischio di cicatrici, in particolare, è davvero minimo”.
L’utilizzo del laser picosecondi non richiede particolari percorsi formativi, “ma certamente è indispensabile una consolidata conoscenza e pratica con il laser nonché lo studio dell’apparecchio, funzionamento, caratteristiche e possibilità”, sottolinea il chirurgo. Inoltre, poiché l’energia luminosa emessa dal laser viene assorbita da colori diversi a seconda della lunghezza d’onda utilizzata, “è importante disporre di apparecchi che funzionano a lunghezze d’onda diverse, per poter trattare in sicurezza tutti i tipi di colori”.

Rischi ridotti di effetti indesiderati

Cancellare i tatuaggi espone a una serie di rischi ben noti al chirurgo estetico, tra cui ipersensibilità cutanea e alterazioni della pigmentazione della cute sono i più comuni, a cui si aggiungono gli imprevisti sul risultato del trattamento, come il tatuaggio residuo e, più raro, il viraggio del colore del tatuaggio. “Nessuna tecnologia è scevra da rischi –commenta Riccardo Testa. –Quello più temuto è rappresentato dalle cicatrici, ma è molto basso per il Q-Switched e viene ulteriormente minimizzato ricorrendo al picolaser. Certo, non possiamo dire che anche con questa tecnologia si riduca a zero, perché c’è sempre un margine che dipende anche dalla differente reazione di cicatrizzazione individuale del paziente. È giusto quindi che venga informato su questi aspetti. Riguardo alle alterazioni della pigmentazione della pelle, sono ben poco frequenti ma non impossibili; avvalendosi del laser picosecondi spesso sono reversibili proprio per l’impatto meno traumatico di questa tecnologia, che comporta quindi un rischio inferiore di provocare alterazioni permanenti del colore della pelle”.
I pigmenti non trattabili esistono anche per il picolaser, anche se, rimarca il dottor Testa “molti pigmenti resistenti al Q-Switched risultano trattabili con successo con il picolaser e, in effetti, è frequente ricorrere a quest’ultimo per quei tatuaggi che il Q-Switched non è riuscito a cancellare completamente. Questo in virtù della sua maggior potenza grazie a cui, a parità di estensione e tipo di pigmenti, è possibile effettuare la rimozione in un minor numero di sedute. La varietà di sostanze utilizzate in Italia dai tatuatori come pigmenti è però molto elevata, i colori sono molti, non tutti legali, e spesso contengono metalli o altre molecole che possono virare in seguito al trattamento. Questo purtroppo è impossibile da stabilire a priori. E d’altra parte, per quanto sia prassi comune richiedere al paziente se conosce le sostanze utilizzate per il tatuaggio che intende rimuovere, è molto raro che siano note. Questo anche perché spesso sono passati molti anni dalla realizzazione del disegno e, anche ammettendo di riuscire a rintracciare il tatuatore, difficilmente questi potrebbe risalire ai prodotti utilizzati. Senza contare, poi, che potrebbe essere reticente a rivelare il ricorso a sostanze non approvate in Italia. È dunque raro riuscire a reperire questa informazione e questo rappresenta uno dei margini di incertezza che ancora esiste in questa pratica”.

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