«Mangiamo alimenti, non molecole»: così Ersilia Troiano, dietista e presidente dell’Associazione Scientifica Alimentazione, Nutrizione e Dietetica (ASAND), ha riassunto il modo in cui oggi la scienza della nutrizione guarda alla salute. I nutrienti non agiscono da soli: lavorano dentro i cibi e i pasti, insieme ad altre sostanze, e a contare è l’alimentazione nel suo complesso. Il ragionamento vale anche quando la nutrizione è considerata nell’ottica della medicina estetica, con l’obiettivo di prendersi cura della pelle e prevenire il suo invecchiamento. L’esperta ne ha parlato a Milano, in occasione del Congresso internazionale di medicina estetica Agorà 2026.

Dal singolo nutriente al pattern dietetico

Troiano ha ripercorso il cammino con cui la scienza della nutrizione è arrivata a questa conclusione. La sua era moderna è cominciata all’inizio del Novecento con la scoperta delle vitamine. Il problema erano le carenze e la risposta furono gli alimenti fortificati. Era un approccio utile, ma aveva dei limiti, come mostrano alcuni tipi di latte per l’infanzia, a lungo arricchiti di proteine.

La stessa logica, un nutriente alla volta, è stata poi applicata alle malattie croniche: per decenni la salute pubblica ha combattuto i grassi o gli zuccheri, presi singolarmente. Dai primi anni Novanta, con l’aumento degli studi epidemiologici e clinici, l’attenzione si è spostata sul modello alimentare nel suo complesso. Si è anche fatto strada il concetto che le scelte a tavola non dipendano solo dalla persona, ma da fattori sociali, economici e ambientali.

Che cosa dicono gli studi sulla pelle

Sul rapporto tra alimentazione e invecchiamento cutaneo le prove sono poche. «L’evidenza scientifica è meno strutturata rispetto ad altre aree», ha ammesso Troiano. Una meta-analisi pubblicata nel 2025 sul Journal of Physiological Anthropology che ha riunito i risultati di 61 studi sull’uomo ha mostrato un beneficio coerente solo per alcune combinazioni: i carotenoidi sembrano ridurre il rossore, il collagene le macchie, i lipidi e gli acidi grassi potrebbero migliorare l’elasticità e attenuare le rughe, i polifenoli rafforzerebbero la barriera cutanea.

Diversi componenti, tra cui i probiotici, potrebbero migliorare l’idratazione. Per le vitamine non c’è un effetto chiaro, e sul collagene contro le rughe, nota l’esperta, pesa un forte bias di pubblicazione: si pubblicano soprattutto i risultati positivi sponsorizzati dalle aziende, sottolinea.

I probiotici sembrano avere effetti positivi in persone con dermatite atopica, acne, psoriasi e rosacea. La via più promettente è quella orale, perché l’applicazione sulla pelle ha limiti tecnici e regolatori. E i ceppi vanno scelti con cura: «I probiotici non sono tutti uguali», ha sottolineato Troiano.

Dalle molecole ai pasti

«Il passaggio fondamentale resta quello dalle molecole ai pasti», ha detto Troiano. I risultati ottenuti sui singoli componenti, ha aggiunto, possono esprimersi in modo sinergico nelle diete reali, e in particolare in tre modelli alimentari.

La dieta mediterranea, basata su olio d’oliva, frutta e verdura, garantisce un apporto regolare di polifenoli e antiossidanti, a sostegno della funzione di barriera della pelle.

La dieta giapponese, con pesce, alghe e cibi fermentati, unisce acidi grassi omega-3 e probiotici, con possibili effetti su elasticità e idratazione.

La dieta nordica, fatta di cereali integrali, frutti di bosco e pesce grasso, combina polifenoli e acidi grassi essenziali, che potrebbero proteggere dalla perdita d’acqua attraverso la pelle e dalla formazione delle rughe.

«Il primo step non è mai l’integratore, è sempre l’alimentazione», ha ricordato Troiano. E il modello deve essere adatto a chi lo segue: «Per noi è difficile seguire la dieta di Okinawa o quella nordica; il nostro riferimento è la dieta mediterranea. Non c’è una dieta che vince sulle altre in assoluto: la dieta deve essere culturalmente appropriata e sostenibile nel tempo».

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