Con l’avanzare dell’età, i tessuti del volto vanno incontro a tre macro-perdite fisiologiche: acqua, acido ialuronico e collagene. Le prime due si possono compensare in modo diretto, mentre intervenire sul collagene è molto più complesso. Iniettarlo pone problemi di produzione e conservazione, e la strada prevalente è stimolare i fibroblasti a produrne di nuovo. Per farlo si usano sostanze iniettabili, prodotti topici, laser e altre fonti di energia, fili riassorbibili, spesso combinati tra loro.
Di questi approcci si è discusso a Milano, al Congresso internazionale di medicina estetica promosso da Agorà-Società Italiana di Medicina ad Indirizzo Estetico, durante la sessione coordinata da Andrea Cordovana, medico estetico e chirurgo plastico.
Le tecniche a confronto
1. Acido polilattico liquido. È una sostanza riassorbibile che, una volta iniettata, provoca una lieve reazione dei tessuti e spinge le cellule della pelle a produrre collagene. Durante la sessione, Caterina Cerretani, medico estetico, ha spiegato di utilizzarlo come prima scelta sulle pelli sottili e con segni d’età moderati. L’effetto sulla qualità della pelle compare dopo alcune settimane, è visibile a circa tre mesi e, secondo la relatrice, dura da uno a due anni. Le formulazioni più recenti, in particelle sferiche, secondo Cerretani darebbero una reazione più ordinata rispetto a quelle di vecchia generazione. L’acido polilattico è tra i biostimolatori più studiati, con studi controllati sulle formulazioni più vecchie che riportano effetti fino a circa due anni.
2. Fili riassorbibili. Lo stesso acido polilattico liquido, unito al caprolattone, esiste anche in forma di fili, lisci o dotati di piccole spine che fanno presa nei tessuti. Cerretani li propone quando la pelle è cedevole, soprattutto nella parte media e bassa del viso; in una persona giovane li ha usati sulle cicatrici da acne. Il riposizionamento dei tessuti è immediato, con un gonfiore iniziale; l’effetto sulla pelle si vede dopo circa tre mesi.
3. Polidiossanone iniettabile. Francesco Lino, chirurgo plastico, ha presentato il polidiossanone, un materiale usato da decenni per i fili di sutura, in una forma meno nota: una sospensione di minuscole sfere da iniettare. La sua tecnica, chiamata double layer, lavora su due livelli. Sotto la pelle il prodotto viene distribuito in tante linee sottili con una cannula; in superficie un dispositivo con punte riscaldate sfiora la pelle senza bucarla e facilita la penetrazione dei prodotti applicati. Secondo il relatore il materiale si riassorbe del tutto in circa sei mesi e non lascerebbe noduli duraturi.
4. Idrossiapatite di calcio diluita. Stefania Belletti, medico estetico, ha presentato un protocollo che combina due trattamenti e che segue dal gennaio 2023 su 72 donne tra i 39 e i 79 anni. Il primo è l’idrossiapatite di calcio, minerale presente naturalmente nelle ossa, usato come filler. Belletti lo diluisce in pari quantità di liquido e lo distribuisce a ventaglio sotto la pelle ogni quattro mesi, non per aggiungere volume ma per rendere la pelle più compatta. Secondo la relatrice la stimolazione durerebbe circa un anno e tre mesi.
5. Peeling al TCA tamponato con perossido di idrogeno. Il secondo trattamento di Belletti è un’applicazione mensile di acido tricloroacetico associato ad acqua ossigenata. Viene usato su viso, collo e décolleté per migliorare la grana della pelle e attenuare le macchie.
6. Filler di acido ialuronico e prodotti ibridi. Nicola Kefalas, chirurgo plastico, ha mostrato come pianifica una «ricollagenizzazione» dell’intero volto. Combina filler di acido ialuronico di diversa consistenza iniettati in profondità su tempie, zigomi e mento e usati anche per le labbra, con un prodotto ibrido di acido ialuronico e idrossiapatite di calcio, distribuito più in superficie lungo zigomi e mandibola. Nei tre casi presentati, donne tra i 40 e i 54 anni, sono state usate fino a nove siringhe.
7. Acido ialuronico con acido succinico. Antonio Pulvirenti, medico estetico, ha presentato un filler di nuova generazione che unisce l’acido ialuronico all’acido succinico, una molecola coinvolta nel metabolismo delle cellule che, secondo il relatore, viene rilasciata gradualmente nei giorni successivi all’iniezione. Il prodotto, secondo Pulvirenti, stimolerebbe la produzione di collagene, migliorerebbe il funzionamento delle cellule invecchiate e aiuterebbe a ricostituire il grasso del viso perso, per esempio, con i nuovi farmaci per dimagrire. Per tutto il volto usa tre o quattro siringhe.
8. Laser endoluminale a 1470 nm. Roberto Dell’Avanzato, chirurgo estetico, ha descritto l’uso di una fibra laser sottile come due capelli, inserita direttamente sotto la pelle. Il calore agisce sull’acqua e sul grasso. Dove il grasso tende ad accumularsi con l’età, come nel solco tra naso e bocca e lungo la mandibola, il laser viene regolato per ridurlo, altrove solo per compattare i tessuti. Il risultato dipende molto dalla mano di chi esegue il trattamento. Il relatore lo abbina nella stessa seduta ai fili riassorbibili e consiglia di attendere almeno un mese e mezzo dopo un trattamento iniettivo.
9. Laser frazionato non ablativo a due lunghezze d’onda. Maria Gabriella Di Russo, medico estetico, ha portato la propria esperienza con un trattamento senza aghi che usa soprattutto con persone sopra i 50 anni, spesso in terapia con farmaci anticoagulanti. Il suo laser combina due tipi di luce: uno agisce in profondità, l’altro in superficie su macchie e grana della pelle. Il calore stimola la pelle senza romperne lo strato esterno; dopo la seduta resta un rossore che dura qualche ora. Il protocollo prevede alcune sedute nei mesi invernali, a circa un mese e mezzo di distanza, con miglioramenti graduali nei tre mesi successivi. Secondo la relatrice, gli uomini rispondono meglio e hanno bisogno di una o due sedute in meno.
10. Esosomi. Kai Uwe Schlaudraff, chirurgo plastico, ha parlato degli esosomi, minuscole vescicole con cui le cellule si scambiano messaggi. In Europa gli esosomi di origine umana non sono autorizzati né nei trattamenti iniettivi né nei cosmetici; quelli di origine vegetale, secondo il relatore, trasportano molti meno messaggi. Il gruppo di ricerca di cui fa parte ha sviluppato gli Hybrosomes: esosomi ricavati da sangue di cordone ombelicale e uniti a minuscole capsule lipidiche cariche di vitamine e altre sostanze utili alle cellule.



