Prima e dopo un trattamento con laser, luce pulsata o radiofrequenza, la pelle ha bisogno di cure diverse. Eleonora Talerico, medico estetico, tra i relatori della 28ª edizione del Congresso Internazionale di Medicina Estetica Agorà di Milano, è a riguardo autrice di una revisione della letteratura che diventa uno strumento di lavoro. «L’idea nasce da un’esigenza molto pratica: avere uno schema semplice, facilmente applicabile nella routine clinica e condivisibile tra tutti noi, che ci aiuti a scegliere la skincare più appropriata prima e dopo il trattamento», spiega Talerico.

La revisione, pubblicata su PubMed, ha individuato 19 articoli, 12 studi clinici e 7 revisioni. Gli effetti collaterali dei dispositivi a energia sono noti, da eritema ed edema a discromie, croste, cicatrici e infezioni, e le indicazioni comportamentali sono ormai condivise. Sulla dermocosmesi domiciliare, invece, la letteratura «risulta ancora frammentata e basata prevalentemente su studi clinici limitati da campioni di piccole dimensioni», scrive Talerico nella revisione. Finora, osserva, «l’unica variabile sistematicamente considerata nei diversi protocolli è stata il fototipo cutaneo».

Lo studio

La sua proposta allarga lo sguardo. «Per costruirlo ho cercato di semplificare il problema individuando due sole variabili che, a mio avviso, guidano la maggior parte delle decisioni cliniche: il biotipo cutaneo e il tipo di dispositivo utilizzato». Pelle disidratata, seborroica e sensibile richiedono particolare attenzione, per questo anamnesi e check-up a viso deterso vengono prima di tutto. Quanto ai dispositivi, la linea di demarcazione separa gli ablativi, come CO2 ed Erbium:YAG, dai non ablativi. «Questa distinzione è importante perché il tipo di danno tissutale determina esigenze differenti dal punto di vista della gestione dermocosmetica».

Prima della seduta, una routine di base costruita sul biotipo: detersione delicata a pH fisiologico, tonico funzionale, crema idratante e protezione solare SPF 50+, con eventuali retinoidi, seboregolatori o depigmentanti. Dopo, «cambia completamente il nostro obiettivo: non dobbiamo più preparare la cute, ma favorirne la riparazione e limitare la risposta infiammatoria».

Il vero razionale è la prevenzione. «Tutte le complicanze che osserviamo dopo un trattamento con energy-based devices possono essere ricondotte, semplificando, a due grandi meccanismi fisiopatologici», chiarisce Talerico: il danno di barriera, che può portare a croste, infezioni e cicatrici, chiede oli detergenti e creme umettanti all’urea; e la risposta infiammatoria, responsabile di eritema persistente, edema e alterazioni pigmentarie, che richiede una fotoprotezione riapplicata spesso e sieri antiossidanti.

La terapia farmacologica

Il confine con il farmaco resta netto. Dopo circa una settimana il paziente torna gradualmente alle abitudini consuete. «Solo nel caso in cui persistano un eritema clinicamente significativo oppure segni che fanno sospettare un’infezione prenderemo in considerazione una terapia farmacologica topica, come corticosteroidi o antibiotici», spiega Talerico. I primi a riepitelizzazione completa, i secondi solo in presenza di un quadro infettivo, per il rischio di resistenze e disbiosi.

Nella revisione, del resto, Talerico ricorda che «una competenza dermatologica ed un confronto con lo specialista dermatologo sono importanti soprattutto nelle procedure a carattere maggiormente invasivo». «Spesso la dermocosmesi viene considerata un elemento accessorio rispetto al trattamento con EBD», conclude. «In realtà rappresenta una parte integrante della procedura».

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