Migliora l’approccio per l’acne inversa

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Vincenzo Bettoli, dermatologo,  responsabile dell’Ambulatorio per lo studio e la terapia dell’acne e dermatosi correlate presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara
Vincenzo Bettoli, dermatologo, responsabile dell’Ambulatorio per lo studio e la terapia dell’acne e dermatosi correlate presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara

Tra le dermatosi cutanee, l’idrosadenite suppurativa, nota anche come acne inversa, può avere pesanti ripercussioni sulla qualità di vita dei pazienti. È stata comunemente considerata una malattia rara, tuttavia Orphanet ne stima una prelavenza di 1/100-1/1.000 nelle popolazioni occidentali. Fino a pochi anni fa, i pazienti affetti vivevano il disagio della diagnosi ritardata e della difficoltà di trovare terapie efficaci, ma oggi la situazione sembra migliorata. «Le competenze sono aumentate negli ultimi 5 anni, sia sul piano diagnostico che terapeutico, anche se ancora ci sono difficoltà nel seguire a dovere l’evolversi della malattia nei pazienti» afferma Vincenzo Bettoli, dermatologo responsabile dell’Ambulatorio per lo studio e la terapia dell’acne e dermatosi correlate presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara, centro di riferimento in Italia per queste patologie.

«Le opzioni terapeutiche sono di tipo medico e chirurgico ‒ spiega Bettoli ‒ e la scelta deve essere attuata in funzione del quadro clinico specifico. La terapia farmacologica comprende i trattamenti antibiotici in diverse combinazioni, farmaci ad azione antinfiammatoria come il dapsone o la ciclosporina, i retinoidi come l’acitretina, lo zinco per via orale. Inoltre, si stanno affermando i farmaci biologici: si tratta di inibitori dell’infiammazione come adalimumab e infliximab, che possono essere usati nei casi non responsivi ad altre terapie. Quando è necessario si interviene con la chirurgia, con approcci differenti, ma possibilmente con ampia eliminazione degli ascessi. Sono efficaci anche tecniche chirurgiche di deroofing, che aprono le fistole per favorirne la guarigione e impedire la formazione delle sacche purulente profonde che caratterizzano la malattia».

Sfruttare nel modo migliore le terapie a disposizione, grazie alla più ampia esperienza su dosaggi, combinazioni e durata, ha permesso un netto miglioramento della gestione dell’acne inversa, prosegue Bettoli, che sottolinea l’importanza di bloccare precocemente le manifestazioni della patologia: «In linea di principio, ai suoi esordi le lesioni sono piccole. Situazioni lievi, se non trattate, possono però evolvere in quadri estesi e complessi che diventano difficili da curare. Affrontata nelle fasi iniziali, invece, può essere bloccata o almeno molto ben controllata. I casi di media gravità, se trattati con una terapia decisa, possono migliorare e guarire. Nella gestione della cura, aiuta l’adozione da parte dei pazienti di uno stile di vita più sano: perdere peso, smettere di fumare, praticare un’attività fisica che non sia traumatizzante per la cute a livello delle pieghe. Comportamenti che, uniti alle terapie, contribuiscono a fermare la progressione della malattia e a offrire ai pazienti una vita complessivamente normale. Se presa in tempo, si ha una remissione nel 37% dei casi».

La diagnosi precoce diventa determinante: «Come centro, stiamo cercando di produrre un documento informativo per i medici, ma anche di creare una rete territoriale di centri che possano gestire la patologia. Infatti, si tratta di pazienti che, per i tempi lunghi di guarigione, per i rischi connessi alla gravità delle lesioni e alle sovrainfezioni, per il tipo di farmaci necessari, devono essere gestiti con appoggio ospedaliero. In alcuni casi è utile la consulenza di specialisti, come l’infettivologo, lo specialista della terapia del dolore, il dietologo per i casi di obesità, fino al chirurgo, ma anche personale infermieristico specializzato e le opportune apparecchiature. E anche il supporto psicologico è importante, visto lo stato di prostrazione in cui cadono i pazienti».