Il test di Fitzpatrick e l’inclusività

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I problemi posti dai diversi tipi di pelle richiedono un approccio critico agli approcci tradizionali
L’invecchiamento è un processo complesso in tutte le società umane, che riflette variabili biologiche, ambientali e genetiche. È multidimensionale e comprende cambiamenti fisici, psicologici e sociali che sono anche influenzati da standard culturali e sociali, nonché dalle differenze strutturali e funzionali sottintese ai diversi pool genetici umani.

Il test di Fitzpatrick e i suoi limiti
È stato sviluppato da Thomas B. Fitzpatrick nel 1975 per valutare la propensione della pelle a scottarsi durante la fototerapia. La sua classificazione può essere anche utilizzata per valutare i benefici clinici e l’efficacia di trattamenti cosmetici quali la depilazione laser, il peeling chimico e la dermoabrasione, la rimozione dei tatuaggi, l’abbronzatura spray e i trattamenti laser dell’acne [1]. La classificazione originale includeva i tipi di pelle da I a IV; i tipi V e VI furono aggiunti in seguito per descrivere i fenotipi asiatici, indiani e africani. Tuttavia, nel corso del tempo il test è diventato da un mezzo per valutare una condizione particolare (la suscettibilità al danno da UV) a un modo per determinare l’appartenenza a una particolare etnia, sebbene questo impiego fosse stato esplicitamente rifiutato da Fitzpatrick stesso, che riteneva che i concetti di ‘etnia’ e ‘razza’ fossero in gran parte termini politico-culturali, senza immediato e assoluto valore scientifico-fisiologico [1]. Questo slittamento è occorso in gran parte perché non esistono altri test di così larga diffusione, tuttavia porta facilmente a dei paradossi: ad esempio le donne asiatiche normalmente si collocano nel tipo II, nonostante la pelle asiatica non sia considerata ‘bianca’.

Utilizzi propri e impropri del test
Uno studio del 2020 ha cercato di capire come viene realmente utilizzato il test di Fitzpatrick nella comunità dei dermatologi [1]. Il sondaggio era formulato in 8 voci e includeva domande sui dati demografici dei medici, sull’auto-identificazione dell’intervistato come individuo di colore e sulla maniera in cui l’intervistato aveva utilizzato in passato il test. Il 41% di tutti gli intervistati era d’accordo che il test dovrebbe essere incluso nella documentazione clinica dei pazienti. In risposta alla domanda “in quali scenari fa riferimento al test di Fitzpatrick in una nota clinica?” il 31% ha dichiarato di aver usato il test per descrivere la razza o l’etnia dei pazienti, il 47% lo usava per descrivere il ‘colore costitutivo’ della loro pelle (bianco o di colore) e il 22% lo impiegava in entrambi gli scenari. Gli intervistati che non si identificavano come ‘di colore’ erano più propensi a utilizzare il test per descrivere il colore costitutivo della pelle, anche se questo risultato non era statisticamente significativo (P=0,063). Ciò significa che approssimativamente un terzo dei dermatologi accademici/tirocinanti in dermatologia interrogati usano il test di Fitzpatrick per descrivere l’appartenenza dei pazienti a un’etnia e/o il colore costitutivo della pelle; inoltre sembra anche che questo uso improprio tenda a coinvolgere in maniera maggiore i medici che non si identificano come ‘di colore’.
Secondo gli autori questo uso ‘allargato’ del test negli studi accademici può essere problematico e confondere gli studenti di medicina, che potrebbero imparare a usare questo comune strumento dermatologico al di fuori del suo intento originale [1].

I test alternativi di valutazione della pelle
Ad oggi non esistono dei test univoci per classificare la pelle dei pazienti di colore. Un modo potrebbe essere quello di affinare il tradizionale test di Fitzpatrick, rendendo più complesso e problematizzando concetti quali quelli di irritazione, scottatura o abbronzatura, che tra l’altro in molti contesti geografici sono fortemente dipendenti da variabili culturali. Altri approcci sfruttano invece la spettrofotometria a riflettanza come misura oggettiva della presenza di melanina e dell’eritema cutaneo [1].
L’indice di melanina ha mostrato più volte una correlazione positiva con gli il test di Fitzpatrick, più spesso dell’indice eritematico, che invece è scarsamente correlato. Sebbene la spettrometria a riflettanza identifichi accuratamente il colore della pelle nei pazienti appartenenti ai tipi scuri, si tratta di uno strumento poco pratico e costoso. Uno strumento più adatto sarebbe una scala di colori con tonalità della pelle in grado di ‘esplodere’ le classi di Fitzpatrick da I a VI.
In passato tale strumento poteva essere la scala di Taylor; sebbene attualmente non sia applicabile ad ampio spettro, questo strumento potrebbe essere ulteriormente perfezionato con ulteriori tonalità della pelle [1].

Conclusioni
Le differenze tra i vari tipi di pelle non sono di solito prese in considerazione dai test clinici, con il risultato che prodotti o terapie studiate per tipi chiari di pelle vengono poi pubblicizzati come efficaci per tutti gli altri tipi. Ciò richiede innanzitutto di comunicare in maniera diversa l’efficacia dei prodotti contro l’invecchiamento, ad esempio con video o contenuti multimediatici che esplicitino il loro diverso effetto su diverse comunità etniche [2]. D’altro canto, però per affrontare correttamente il problema dell’inclusività sarà necessario cambiare i test, sia quelli che identificano la condizione ‘di colore’ che quelli di valutazione dell’efficacia clinica. Nel secondo caso è possibile pensare ad esempio a dei panel che comprendano valutatori/pazienti di diverse etnie [2], nel primo dei test quantitativi che prendono in esame variabili diverse da quelle del classico test di Fitzpatrick, in modo da integrarlo e renderlo più efficace.

BIBLIOGRAFIA
[1] Ware et al., 2020. Racial Limitations of Fitzpatrick Skin Type. www.MDEDGE.COM/DERMATOLOGY, vol. 105 n. 2
[2] Anti-aging clinical testing needs inclusivity update (cosmeticsdesign-europe.com)

(foto: pexels.com)

di Andrea Bulgarelli