Una scorretta valutazione potrebbe portare a confondere le manifestazioni di un livedo reticularis perilabiale, complicanza da filler caratterizzata da colorazione violacea della pelle a forma di reticolo intorno alla bocca, con un livido, tipicamente un ematoma causato da un trauma. Ne consegue un errato approccio gestionale e terapeutico, con serie implicazioni per la paziente. Il caso è stato presentato nel corso del 27° Congresso Internazionale di Medicina Estetica Agorà.
Livedo reticularis perilabiale: le manifestazioni cliniche
Devono fare propendere per una diagnosi di livedo reticularis perilabiale segni di compressione vascolare delle labbra, area importante in cui passa l’arteria labiale superiore, attorno a cui compaiono evidenti macchie violacee retiformi, con possibile estensione verso la zona naso-geniena, fino all’eventuale coinvolgimento della punta del naso. Ulteriori manifestazioni cliniche sono dolore intenso e una iniziale vescicolazione.
Un quadro clinico di compressione vascolare richiede un intervento tempestivo. «È giunta presso il mio studio una giovane paziente che manifestava la sintomatologia descritta, insorta a breve distanza dall’iniezione di un filler, eseguito presso altra sede, tuttavia sottostimata e valutata come livido – racconta a Dermakos Francesca De Razza, medico estetico a Roma –. Riconosciuto un problema di livedo reticularis perilabiale, pur considerando la tardiva presa in carico, ho provveduto a trattarlo secondo le indicazioni previste dal protocollo: dunque, massiva ialuronidasi, fino a 1500 senza dosarla, al fine di ottenere un refill inferiore ai 4 secondi. Successivamente alla ialuronidasi, come da linee guida terapeutiche, sono state somministrate calciparina, nitroglicerina in compresse e sublinguale per aumentare la vasodilatazione, terapia antibiotica, acido acetilsalicilico, prednisone per evitare il rischio di edema, infiammazione e di altre complicanze e, infine, sono stati eseguiti massaggi con garza grassa per favorire la circolazione. I protocolli prevedono anche l’eventuale ricorso alla camera iperbarica, tuttavia questa opportunità è di difficile accesso per il limitato numero di macchinari sul territorio».
A sei mesi dal trattamento, seppure con un contesto generale migliorato, la paziente presentava ancora un ispessimento del tessuto sottocutaneo a causa di soffusione edematosa e linfonodi attivi che si sono gradualmente risolti nel tempo.
Gli approcci alla livedo reticularis perilabiale
Il problema maggiore che si potrebbe presentare nel livedo reticularis perilabiale è l’occlusione dell’arteria retinica per la cui prevenzione e gestione è raccomandato attenersi alle indicazioni della letteratura scientifica, piuttosto abbondante a riguardo.
«Per prevenire qualsiasi rischio di complicanza o mal posizionamento del filler – sottolinea la dottorezza De Razza – è bene procedere all’iniezione del prodotto sotto guida ecografica con ultrasuoni, che permette il monitoraggio sicuro e preciso dell’inoculazione, migliorando la sicurezza della procedura e personalizzando il trattamento. Tale strumento deve fare parte dell’armentario, indispensabile, di uno studio professionale e diventare d’uso corrente nella pratica clinica quotidiana del chirurgo estetico in caso di iniezione di filler, così da monitorarne quantità e tracciato».
In conclusione, seppure indicato da protocolli, laddove possibile è meglio evitare l’uso di vasodilatatori topici come la nitroglicerina, in quanto l’80% di questa tipologia di complicanze è causata da compressione. Pertanto, la ialuronidasi ecoguidata e la eparina in caso di interessamento anche cutaneo costituiscono la migliore strategia di approccio al livedo reticularis perilabiale.
«Fondamentale – conclude Francesca De Razza – è “formarsi” al corretto riconoscimento di un livido rispetto a un livedo e, laddove esiste un dubbio, fra livido e compressione meglio procedere comunque e un ialuronidasi sotto guida ecografica per sciogliere il prodotto».



