Difficile fare squadra

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Il professionista d‘oggi, in particolare se pratica l’estetica medica, non può più essere un campione solitario. Ricordiamo tutti l’epoca in cui la stampa parlava di “grandi chirurghi”, di “maghi del bisturi” capaci di trasformare il brutto anatroccolo in uno splendido cigno. Effettivamente, non moltissimi anni fa pareva ancora un miracolo riuscire a raddrizzare un dorso del naso, aumentare il volume del seno o “tirare” le rughe del viso. L’avvento tumultuoso della nuova medicina estetica, con il suo bagaglio tecnologico e rigenerativo, sempre in rinnovamento, e la sua impostazione olistica, ha profondamente mutato indicazioni e metodiche, sia consentendo la valorizzazione e il perfezionamento dei risultati della chirurgia tradizionale, sia frequentemente sostituendosi a essa, alzando il livello delle aspettative dell’utenza e spostando sempre più in là i limiti del possibile. È evidente l’impossibilità per il singolo professionista, che intenda praticare l’arte con competenza e garanzia di risultato, di poter coprire da solo tutto lo spettro dell’estetica medica; ormai i vari settori sono così ricchi di sfaccettature che ciascuno richiede un approfondimento e una dedizione specifica. Non basta al chirurgo avere conseguito la specializzazione in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica, non basta al medico estetico essersi formato in un master universitario di prestigio o in una scuola privata di chiara fama. Non basta neppure l’aggiornamento continuo. Bisogna fare squadra e inserirsi in una rete armoniosa i cui nodi sono rappresentati dalle diverse competenze, ciascuna al massimo livello possibile. Questo presuppone un’impostazione della propria attività non solitaria ma corale: e qui nascono le difficoltà. Poliambulatori e centri sono ormai ubiquitari, sia autogestiti sia controllati da società commerciali, ma il difetto comune è il rischio di spersonalizzazione del rapporto con il paziente. L’utente di estetica ha forti motivazioni psicologiche e ha bisogno della figura di riferimento, a cui affidare la realizzazione di un sogno di imbellimento ma da cui ricevere anche counseling… Quante volte ci siamo sentiti chiedere, al termine della prima visita e dell’impostazione del piano terapeutico, al momento di programmare la prima procedura: “Me lo fa lei, vero?”. Difficile evitare al paziente la percezione di sentirsi “scaricato”, di entrare in un loop che lo costringerà a spendere o anche solo a impegnarsi più di quanto avesse previsto, di essere stato visitato da uno che “sa raccontare” ma “non sa fare”. Difficile strutturare un insieme di figure che riescano a lavorare in sinergia, senza gelosie reciproche, dotate, ciascuna per la propria specificità, di un livello di competenza similare, profondamente coinvolte nella condivisione della mission globale della squadra. Questa a mio parere la nuova sfida, che peraltro coinvolge anche per altri settori la necessità di recuperare a tutto campo il significato più alto del ruolo medico, non semplice perfetto esecutore di procedure ma figura di riferimento per la persona. Non ho certamente soluzioni della problematica, ma propongo ai lettori l’invito a riflettere sul tema, anche con proposte operative.